mercoledì 12 agosto 2020
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Le Aree Attrezzate Siciliane
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Monti di Palazzo Adriano e Valle del Sosio
Some History:
La storia, il paesaggio e l’uomo Questa riserva, incastonata in un panorama variegato e ferace, presenta caratteristiche simili a quelle dell’area protetta di Monte Genuardo e Santa Maria del Bosco, facendo parte del medesimo territorio, inserito in un ambiente naturale di straordinaria bellezza. Qui abitarono nel corso dei secoli una grande varietà di popolazioni indigene (Sicani, Siculi ed Elimi) e colonizzatrici (Greci, Punici, Romani, Bizantini, Musulmani, Normanni, Svevi…) che hanno caratterizzato fortemente queste aree, lasciando una quantità di pregevoli testimonianze nelle opere, negli usi e nei costumi. La definizione di “favolosa” che di questa terra dà il geografo musulmano Idrisi, vissuto ai tempi di Ruggero II (sec. XII), è percepibile in alcuni luoghi incantati che appaiono improbabili in un’epoca dove tecnologia ed artificio imperano. I centri abitati del circondario hanno saputo, con una sensibilità antica, ma nuova nella consapevolezza, mantenere e talvolta recuperare il patrimonio materiale ed etnografico tradizionale, valorizzando i beni storico-artistici e quelli derivanti dalle tradizionali attività locali. Chiusa Sclafani conserva in parte le caratteristiche del borgo medievale con le mura delle case in pietra viva, organizzate intorno al castello di cui rimangono scarsi ruderi, alcuni dei quali inglobati in edifici posteriori. L’altra parte del paese, divisa da una profonda frattura, si sviluppa in uno stile diverso a causa della rovinosa frana del XVII sec.. Sul toponimo Chiusa c’è chi pensa che derivi dal fatto che la cittadina sia stata costruita sul pianoro dove si trovava un grande recinto (chiusa), dentro il quale Matteo Sclafani, il signore del luogo, faceva pascolare i cavalli; c’è chi invece lo addebita alla posizione geografica in quanto “chiusa” fra tre colli e due rami del fiume Isburi. La cittadina conserva opere pregevoli che valgono una visita al sito. Palazzo Adriano, colonia di profughi albanesi, immortalata dal film “Nuovo cinema paradiso” del regista Giuseppe Tornatore, è diventata improvvisamente celebre nel mondo; presenta un‘interessante museo paleontologico dove sono conservati splendidi fossili, i più antichi di Sicilia (Era Paleozoica), trovati in zona. Bivona è conosciuta soprattutto per la “sagra della pesca”, profumatissimo frutto che si ottiene dalle sue campagne. Burgio è nota invece per le ceramiche di antica tradizione e per le famose fonderie di campane, rare sul suolo siciliano (vedi box). Emergenze paesaggistiche Santuario di Rifesi: nel territorio di Burgio. Da contrada Dragotto, si arriva alle pendici occidentali di Pizzo Castellazzo, da qui si imbocca una trazzera che dopo 2 km conduce al Santuario. Castello di Cristia: in contrada feudo di Cristia, nei pressi di San Carlo (frazione di Chiusa Sclafani), appartiene al comune di Burgio. Listi d’u firriatu: gola profondissima dominata dalla rupe coi ruderi del castello di Cristia, in cui si trovano i cinque blocchi fossiliferi calcarei famosissimi, tra cui la Pietra di Salamone e quella dei Saraceni. Vallone Acque Bianche: emergenza geologica in cui strati calcarei da orizzontali si inclinano verticalmente. Pizzo Castellazzo: emergenza geologica. Antichissimi basalti lavici che arrivano sino a Burgio. Area attrezzata “Menta” nel Bosco di Sant’Adriano, a cura dell’Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana: dalla SS 118 corleonese-agrigentina, prima di arrivare al comune di Burgio, a meno di 3 km svoltare a sinistra. Dopo 5 km, al bivio svoltare a destra. Se si svolta a sinistra, si arriva al Bosco di Sant’Adriano. La riserva, per superficie la seconda delle aree protette della provincia di Palermo, è sicuramente tra le più affascinanti per la diversità degli ambienti che comprendono splendide aree boschive, praterie e corsi d’acqua che si intercalano a gole, anfratti e dirupi scoscesi. Il paesaggio, suggestivo e selvaggio, è ancora in molti punti incontaminato. La riserva dei Monti di Palazzo Adriano e Valle del Sosio, per le sue eccezionali peculiarità ambientali, basterebbe da sola a giustificare la costituzione di un Parco della Valle del Sosio, annettendo tutte le riserve vicine. E’ un ambiente fantastico che riserva molte eccezionali sorprese. Innanzitutto la sua natura geologica: qui risiedono i sedimenti fossiliferi più antichi presenti in Sicilia. Sono affioramenti rocciosi risalenti all’epoca del Permiano (epoca collocata nell’Era Primaria o Paleozoica, in un periodo compreso fra 280 e 225 milioni di anni fa) come la Pietra di Salomone ed altri limitatissimi lembi calcarei affioranti, che hanno dato a Gaetano Giorgio Gemmellaro (famosissimo paleontologo vissuto a cavallo tra XIX e XX sec.) la possibilità di pubblicare una monografia (1890) di eccezionale valore scientifico e di realizzare una collezione di fossili, che possiamo ammirare al museo paleontologico che gli è stato dedicato. Un altro aspetto prezioso di quest’area protetta è dato dall’eccezionale biodiversità espressa da una componente floristica e faunistica ricchissima di specie, con presenze rare e altamente significative. Per non parlare infine dei resti archeologici e dei ruderi monumentali. La visita alla riserva si presenta piuttosto impegnativa, quindi è meglio procedere con l’aiuto di una guida esperta dei luoghi: chi volesse approfondire i temi della natura farà bene ad arrivare provvisto di binocolo, macchina fotografica, lente d’ingrandimento e manuali di riconoscimento, poiché c’è molto da osservare. Le ammoniti Sono fossili-guida che ci conducono alla scoperta degli eventi avvenuti nell’Era Mesozoica: in Sicilia ricoprono uno spazio di tempo corrispondente a 200 milioni di anni. Ne esistono almeno 10.000 specie conosciute, con dimensioni variabili: da pochi mm a circa 2 m di diametro. Erano diffusissime e possono essere considerate come i veri dominatori degli ambienti marini di quei tempi. Il loro nome prende origine probabilmente dal dio egizio Ammon, che veniva raffigurato con testa d’ariete e corna avviluppate a spirale: elemento che ricorda la forma delle loro conchiglie. Le ammoniti erano molluschi cefalopodi molto simili al Nautilus che ha la conchiglia a forma di spirale piana, con il lume della camera interna diviso in stanze che il mollusco utilizza con lo stesso principio dei sommergibili: riempiendole o svuotandole di gas riesce a spostarsi alla profondità voluta. La conchiglia delle ammoniti era calcarea: dallo studio delle ornamentazioni esterne, delle coste e delle suture (punti di saldatura fra i setti interni e le pareti della conchiglia) si può risalire alla specie ed al periodo in cui l’animale è vissuto. Nel Mesozoico le ammoniti ebbero il massimo sviluppo e grazie a loro è possibile individuare esattamente in quale “zona paleontologica” collocare uno strato roccioso fossilifero. Per ben quattro volte, alla fine dei principali periodi geologici (Devoniano, Permiano, Giurassico e Triassico), subiscono “crisi biologiche” che li portano sull’orlo dell’estinzione, riuscendo sempre a superarli e dando origine a nuove forme di adattamento e di diffusione, fino al colpo finale: l’estinzione totale avviene alla fine del Cretacico, 65 milioni di anni fa. Probabilmente furono vittime della stessa estinzione di massa che segnò la fine dei grandi rettili, degli pterosauri e di molti altri gruppi di invertebrati marini.
Today, the department is the organization manager of 33 Natural Reserves whose 70.2520 H.a surface represents 80,7% of total lands occupied by Natural Reserves, still established by Sicilian Region.

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