MOZIA
L’isola San
Pantaleo, cuore della Riserva Naturale orientata "Isole dello Stagnone"
è un esempio emblematico di equilibrio perfetto tra paesaggio e
monumenti. Questa condizione privilegiata inizia con Giuseppe Whitaker,
appassionato cultore di archeologia e scienze naturali che nei primi anni
di questo secolo acquistò l’isola dai pochi contadini che l’abitavano,
per eseguire scavi archeologici e dedicarsi ai suoi otia naturalistici.
Le modifiche da lui effettuate al paesaggio consistono essenzialmente nell’impianto
di una pineta, nell’espansione dei vigneti preesistenti e nella costruzione
della palazzina con il suo piccolo museo archeologico, nel punto dell’isola
in cui già esisteva qualche edificio rurale. Oggi San Pantaleo è
di proprietà della Fondazione Culturale "G. Whitaker"; protetta
dai vincoli archeologico, ambientale e paesaggistico, l’isola si è
conservata inviolata a dispetto dei tempi.
San Pantaleo
è sede dell’antica Mozia, città fondata alla fine dell’VIII
sec. a.C. dai Fenici; per la sua posizione favorevole ai commerci marittimi
divenne ben presto una delle più floride colonie fenicie d’Occidente.
Intorno alla metà/seconda metà del VI sec. a.C. infatti,
vennero realizzate le maggiori opere pubbliche: le fortificazioni; la
strada di collegamento con la costa antistante, ora sommersa, che conduceva
alla località detta "Birgi"; il Cothon;
l’ampliamento dei santuari. Tra questi ultimi il tofet, in cui venivano
deposti i resti combusti di offerte e sacrifici umani al dio Baal Hammon,
ha restituito più di mille stele scolpite (il santuario non è
visitabile).
La zona
"industriale" della città, posta in un settore periferico lungo
la costa settentrionale ed orientale per proteggere l’abitato dai fumi
delle officine, è caratterizzata dalla presenza di numerosi forni
da vasaio, la cui forma "ad omega" ricalca fedelmente quella dei più
antichi forni della madrepatria. Tra le diverse strutture urbane di servizio,
il Cothon costituiva una delle principali:
era questo un piccolo porto interno, collegato al mare attraverso un canale,
e usato per il carico e lo scarico delle merci. Gli altri approdi dell’isola
erano situati invece lungo la costa settentrionale, di fronte alla Porta
Nord, il principale ingresso alla città. Qui si svolsero i più
violenti attacchi nemici che si conclusero nel 397 a.C. con la distruzione
della città ad opera del tiranno Dionisio di Siracusa. Nel corso
di quella guerra, le numerose e belle case di cui parla Diodoro Siculo
vennero rase al suolo, la città abbandonata al saccheggio delle
truppe ed i cittadini massacrati. Gran parte dei superstiti allora abbandonò
l’isola per fondare Lilibeo, l’odierna Marsala,
sulla costa antistante; qualcuno rimase a Mozia, ma la città non
risorse mai più allo splendore ed alla ricchezza dei suoi anni felici,
sebbene venisse riconquistata l’anno successivo dai Cartaginesi.
L’abitato
non è ancora stato oggetto di scavi sistematici e di esso si conoscono
pochi e limitati settori. Nella zona sud, presso la costa, si trova la
cosiddetta "Casa dei mosaici", famosa per la
presenza di un mosaico pavimentale a ciottoli bianchi e neri, raffigurante
lotte di animali reali e fantastici. La datazione del mosaico si pone in
un’epoca successiva al 397 a.C. e dimostra che dopo la fatidica distruzione
della città la vita continuò a Mozia, talvolta anche in circostanze
di benessere.
Mozia non
era certo l’unico luogo abitato della Stagnone: testimonianze archeologiche
sono state raccolte infatti a Birgi a Santa Maria e nell’isola Grande.
Quest’ultima, in particolare, aveva probabilmente la funzione di avamposto
di Mozia per il controllo del mare aperto, Birgi invece era più
ampiamente popolata, come hanno dimostrato i resti della grande necropoli,
in gran parte scavata dal Whitaker.