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Dott.
A. Mango di Casalgerardo
NOBILIARIO
DI SICILIA
da
Alagona a Alcorace
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Alagona.
Nobilissima famiglia Spagnuola, il cui ceppo pare sia stato un Artale
signore di Gallur alfiere del re Alfonso II di Aragona. Fu Artale padre
di un Blasco che, per aver liberato dai mori la fortezza di Morello,
ottenne il soprannome di Morello, ebbe concesso nell’anno 1214 il
titolo di conte di Sestago e fu padre di altro Blasco capitan generale
in Calabria e in Sicilia contro re Carlo di Napoli. Costui fu padre di
un terzo Blasco conte di Mistretta e maestro giustiziere del regno di
Sicilia, dal quale ne venne Matteo-cavallerizzo maggiore di re Federico
di Sicilia, capitano di Lentini, barone di Palazzolo e Bibino Magno. Da
lui una serie d’illustri gentiluomini, fra i quali merita di essere
specialmente ricordato un Artale, pretore di Palermo nell’anno 1363-64,
balio della giovinetta regina Maria e vicario del regno. Sotto la sua
tutela venne da Raimondo Moncada conte di Agosta rapita la regina Maria
e portata nel castello di Agosta che era ben munito e che l’Artale
assediò, aggiungendo, in tale assedio, alle baliste le bombarde, che
avevan fatto recente pruova nella guerra di Chioggia ma che, quantunque
fossero un nuovo mezzo di offesa per l’isola nostra, pure non furon
tanto efficaci e per l’imperfezione indispensabile in ogni nuovo ordegno
e perché l’Artale non voleva che la regina soffrisse davvero durante
l’assedio. Egli, con spirito cavalleresco, non fece, durante lo stretto
blocco, mancare alla giovine regina le più squisite pietanze e fe’ sì
che Filippo Dalmao visconte di Roccaberti, comandante di una flotta in
nome di re Pietro IV d’Aragona, potesse liberare l’assediata. Morì
Artale nel febbraio del 1389 succedendogli nelle eccelse cariche di
vicario generale e maestro giustiziere il fratello Manfredi che strinse
patto con Andrea Chiaramonte conte di Modica di opporsi, con ogni mezzo,
non già all’avvenimento al trono di Maria, verso la quale si
professavano ed eran devotissimi, ma alla minacciata occupazione
straniera; però, con insigne malafede, faceva fare in Messina una
dimostrazione a favor della causa aragonese e si allontanava dal
Chiaramonte, che, solo, in mezzo a tanta vigliaccheria coalizzata, si
apparecchiò alla resistenza contro i Martini, contro i quali con la
fibra degli eroi del Vespro, della Falconara e di Gagliano resistette.
Manfredi Alagona otteneva però il premio della sua malafede venendo
fatto arrestare dal bieco Martino insieme al fratello Giacomo, gran
cancelliere del regno, quantunque fedele a lui si fosse professato. Son
degni pure di menzione un altro Artale barone di Jaci che sostenne una
forte lotta con i fautori dei Martini ma poscia, vedendosi grandemente
stretto da Bernardo Cabrera, si rifugiò in Lombardia, un Mazziotta
barone di Palazzolo e padre di un Artale che a 8 novembre 1476 ottenne
la conferma di detta baronia, che poscia a 13 marzo 1497 veniva
confermata ad un altro Artale, il quale a 12 gennaio 1516, per la morte
del re Ferdinando, s’investì della baronia di Bibino Magno; ed un
Francesco de Alagona che, nel nome maritale di Caterina, figlia di
Caterina de Cardines, fu investito a 22 marzo 1519 del feudo di Priolo.
Forse è estinta.
Arma: d’oro, a sei torte di nero, ordinate, 2, 2 e 2. Lo scudo accollato
dall’aquila bicipite spiegata di nero, membrata e imbeccata d’oro,
coronata all’antica, in ambo le teste, dello stesso.
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Alaimo.
Un Manfredo Alaimo de Chabica possedette il feudo di Chabica come figlio
legittimo di Giaimo de Aprucio; un fra Adinolfo nel 1394 lo incontriamo
come arcidiacono della Cattedrale di Catania.
Arma: spaccato d’azzurro e d’argento, alla fascia d’oro attraversante
sulla partizione, caricata da un’aquila spiegata dello stesso.
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Alaman
o
Alemagna
(vedi).
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Albamonte
o
Affermo (D’).
Antica e nobile famiglia Siciliana. Un Muzio de Affermo comprò da Pietro
Mirone il feudo di Caropepe, possedette il feudo di Spataro e la baronia
di Motta d’Affermo, ma essendo stato ribelle al re Martino ed alla
regina Maria insieme a tutti gli altri beni, anche detti feudi gli
venivan confiscati. In seguito però, cioè a 5 ottobre 1453, il feudo di
Spataro e la baronia di Motta d’Affermo venivano confermati al figlio di
lui Giovanni. Morì questi senza figli e gli succedette il nipote, figlio
di un suo fratello già defunto, che vien chiamato, nella conferma
ottenutane dal viceré Lupo Ximenen Durrea a 15 settembre 1457, Giovan
Giacomo de Albamonte alias de Affermo. Alla morte di costui
succedette il figlio Giovanni Minaguerra che ne fu investito a 5
febbraro 1477 ed a questi il figlio primogenito: Antonio, come per
l’investitura da questi ottenuta a 23 agosto 1503. Un Giacomo Albamonte,
figlio di Giovanni Minaguerra, sposò Isabella de Lello e fu investito
della baronia di Motta d’Affermo con Spataro a 11 ottobre 1552.
Appartenne a questa famiglia Guglielmo Albamonte, uno dei 13 che alla
Cerignola mantennero alto il nome d’Italia. E senza dubbio appartenne
pure a questa famiglia quel Francesco, sacerdote, dottore in teologia ed
ambo le leggi, sindaco apostolico di Terrasanta dal 1702 al 1709,
protonotaro Apostolico, arciprete del Borgetto 1702 ecc., tanto
commendato dal Mongitore nella sua Bibliotheca Sicula. Non siamo
in grado di affermare se quel Domenico Albamonte che a 1 settembre 1807
veniva investito del feudo di Savuco o Ridochello con il titolo di
Signore fosse appartenuto a questa stessa famiglia.
Arma: di rosso, al monte d’argento sormontato da un sole d’oro,
nascente, figurato del campo. Alias: inquartato, nel 1° e 4° di verde a
quattro fascie d’argento; nel 2° e 3° di rosso, alla stella d’oro.
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Albanes.
Famiglia
originaria di Navarra da dove passò in Sicilia con un Pietro Albanes,
che fu ai servizi della regina Bianca e possedette i feudi di Marco di
Buterno e Marco di Grado, i quali poscia, da lui, vennero rinunziati in
favor della Camera Reginale in escomputo di certe somme che eran da lui
dovute alla regina Bianca.
Arma: di rosso, al cane rampante d’argento, collarinato d’oro.
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Albaneto.
Di
questa famiglia non troviamo che un Riccardo con la eccelsa carica di
pretore di Palermo nell’anno 1402-3.
Arma:
di verde, a tre monti d’argento sormontati da una stella d’oro.
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Albani
o
Albano.
Un
Rizzaldo Albano ebbe concesso dal Re Alfonso un titolo di barone,
concessione che viene rammentata nel privilegio dell’undici giugno 1681, con
il quale viene concesso ad un Ignazio Rossi Albani e Celestre il titolo di
barone delle Sette farine, come discendente da detto Rizzaldo. Nella città
di Caltagirone poi troviamo un Giovan Francesco con la carica di giurato nel
1584-85, un Carlo con quella di capitano nell’anno 1627-28 ed un Antonino
Albani, figlio di Annibale, iscritto nella Mastra Nobile di detta città.
Troviamo infine un Bartolo Albano, che con privilegio del 21 aprile 1540
ottiene per sé e suoi il titolo di regio cavaliere e la conferma delle armi
gentilizie.
Arma:
d’azzurro, alla fascia d’oro, accompagnata da una stella d’oro di sei raggi
in capo, e da tre monti d’oro in punta.
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Albergaria.
–
Nell’anno 1283 troviamo fra gli uomini di Palermo un Maestro Federico, ed un
notar Gilio de Albergaria. Quanto poi a quel Garzì che ottenne la custodia
del quartiere Neapoli dal suo nome detta poi Albergaria, come scrive il
Palizzolo, basandosi sul Mugnos, dobbiamo osservare, che il quartiere dell’Albergaria
di Palermo non ebbe questo nome da qualche membro della famiglia Albergaria
che v’avesse esercitato giurisdizione, ma che fu così chiamato dal suo nome
antico Vulgaria o Brigarìa, come afferma l’Arezzo nel suo De situ
Siciliae.
Arma:
d’azzurro, sparso di gigli d’oro, e la banda di nero, caricata da tre
scudetti del secondo, attraversante.
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Alberghino
o
Albegino.
Nobile ed antica famiglia di Caltagirone, certamente estinta. Un
Ruggero, giurato di detta città negli anni 1404-5, 1429-30, comprò da
Manfredi Marino e dal figlio di questi Cosmerio, per once 150 e con
l’obbligo del servizio militare, il feudo di Buxalca, che nell’anno 1420
ebbe confermato. Un Giovanni ebbe concesso dal duca Giovanni ‘d’Aragone
marchese di Randazzo, zio e tutore di re Federico III, il feudo di
Rabiato, che, poscia, gli veniva da Re Federico, divenuto maggiore,
confermato. Un Simone ed un Nicolò occuparono la carica di giurato di
Caltagirone, il primo nell’anno 1456-57 ed il secondo nell’anno 1458-59;
un Giacomo occupò la carica di patrizio di detta città nell’anno 1555-56
e quella di capitano negli anni 1561-62 e 1566-67.
Arma: ?
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Albergo.
Di questa famiglia troviamo un Antonino possessore delle baronie di
Nucifora e di Granvilla, la prima delle quali trasmise alla figlia
Giovanna in Bottiglieri, che ne fu investita a 27 aprile 1641 e la
seconda alla figlia Filippa in Stella, che ne ottenne investitura lo
stesso giorno 27 aprile. Troviamo poi un Ignazio nella città di Vizzini
con la carica di giurato nobile nell’anno 1724. Nel ruolo dei donativi
del 1806 troviamo notato un Paolo Albergo Palazioli come marchese della
Cimarra.
Arma: ?
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Alberti.
Questa nobile famiglia, originaria di Firenze, passò in Sicilia sotto il
regno di Alfonso il Magnanimo e godette nobiltà in Messina dal secolo XV al
XVII. Un Niccolò Alberto (o de Aliberto) fu barone di Gurafi Orientale nel
1489, feudo di cui a 15 settembre 1516 fu investito: Giovan Salvo de
Aliberto. Detto Nicolò fu padre di Filippo ed Alberto, il quale ultimo fu
padre di Pietro, che venne, in notar Pietro Funi, a 13 agosto 1509
emancipato dal padre. Pietro ebbe un figlio a nome Simone, che fu barone di
Pendidattolo e testò, presso notar Melchiorre Cammaroto, a 6 settembre 1602,
lasciando, tra gli altri, un figlio a nome Giuseppe. Costui sposò la nobile
Antonia Saccano, ebbe elevata nell’anno 1619 la baronia di Pendidattolo in
marchesato e fu confrate dell’Arciconfraternita della Pace e Bianchi di
Messina nel 1622. Lorenzo Alberti e Saccano marchese di Pendidattolo, figlio
di Giuseppe, fu confrate di detta Arciconfraternita nell’anno 1611, sposò
Giovanna Mancuso, fu due volte governatore dell’Arciconfraternita di S.
Basilio sotto titolo degli Azzurri in Messina cioè: negli anni 1638 e 1648 e
fu padre di Felicia che sposò il nobile Antonio Reitano. Troviamo inoltre di
questa famiglia un Antonino, giudice pretoriano di Palermo negli anni
1729-30, 1739-40 e del Concistoro negli anni 1749-50-51 ed un Giuseppe,
anche egli giudice del Concistoro nel 1735.
Questa famiglia passò all’ordine di Malta, come quarto di altra famiglia, in
persona del nobile Ambrogio Pietrasanta – Carpani – Reitano ed Alberti,
ricevuto nel detto ordine l’anno 1706.
Arma:
d’azzurro, a quattro catene d’oro, moventi dai quattro angoli dello scudo,
legate nel cuore ad un anello dello stesso, accompagnate nel capo dallo
scudetto d’oro, caricato dal giglio allargato e bottonato di rosso. Corona
di marchese.
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Albirolo.
Di
questa famiglia troviamo nel ruolo dei feudatari sotto Re Ludovico, 1343,
notato un Albirolo de Albirolis, da Caltagirone, quale erede del fu
Francesco Stagra per un cavallo alforato.
Arma:
di rosso, a tre fasce d’argento.
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Alcono
o
Acono.
Il Palizzolo, basandosi sul Mugnos, ne fa due famiglie differenti: l’una
la dice aragonese, l’altra romana, all’una attribuisce la baronia di
Camastra, all’altra quella di Bulgarano. Non spenderemo tante parole per
dimostrare che non trattasi di due famiglie differenti, come vogliono i
suddetti autori, ma di unica famiglia, poiché risulta, dai capibrevi di
Luca Barberi, che il possessore del feudo di Bulgarano fu un Giovanni de
Alcono, intitolato barone di Camastra, capitano di Randazzo nel 1411, il
quale fu ribelle al Re Martino e perciò perdette il detto feudo. Da ciò
può benissimo dedursi che tanto valga dire Acono quanto Alcono. Quando
poi si trova che, con privilegio del 27 settembre 1395, Giovanni Achono,
barone di Camastra, ottiene remissione del suo delitto di fellonia e
restituzione del feudo di Bulgarano, non è più il caso di semplice
deuzione, ma di sicurezza matematica.
Arma: di rosso, a tre caprioli d’oro, accompagnati da una croce
potenziata d’oro, situata sopra il terzo capriolo. Alias: di verde, a
cinque conchiglie d’oro, situate in croce di S. Andrea.
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Alcorace
o
Alcoraci.
Nobile famiglia di Mazzara, della quale troviamo un Simone con la carica
di capitano di detta città nell’anno 1551-52.
Arma: d’argento, al montone rampante di nero.
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