Dott. A. Mango di Casalgerardo

NOBILIARIO DI SICILIA

da Altacima a Amelina

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Altacima.

Il Palizzolo, sull’autorità del Mugnos, dice esser questa una nobile famiglia bolognese, insignita dai reali d’Aragona di molte baronie; non siamo al caso di poter accertare quanto i cennati autori scrivono, non avendo potuto trovare documento alcuno, che ci ponga in grado di farlo.Arma: d’oro, all’albero di pino di verde. Corona di barone (secondo i citati autori).

 

 

 

 

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Altaripa o Altariva.

Un Pietro Altariva Urriez ottenne a 13 agosto 1647 il diritto di popolare i feudi di Riesi e Cipolla dei quali ne avea avuto investitura a 12 maggio 1634 e che, alla di lui morte, trasmise alla figlia Beatrice, la quale ne fu investita a 11 agosto 1649.

Arma: d’argento, a tre monti di verde, battuti dal mare d’argento, fluttuoso d’azzurro.

 

 

 

 

 

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Altavilla.

Un Bartolomeo Altavilla di Corleone dottore in ambo le leggi e giudice della Gran Corte sposò Pandolfina Capizzi, che ottenne dalla madre donazione dei feudi di Canicattini, Racalveti, Barone e la Fontana di Mortilla in notar Tommaso de Balena di Siracusa a 14 agosto 1375, feudi che ebbe confermati a 12 dicembre 1375. Morta Pandolfina, il Re Martino, in considerazione dei servizii prestati da Bartolomeo così in Sicilia, che presso la Curia Romana in occasione delle trattative di pace con la regina Giovanna, ed in Catalogna nell’occasione dei matrimonii tra Eleonora con Pietro d’Aragona e tra Costanza e Federico re di Sicilia, con suo real privilegio del 1° di agosto 1393 gli concedette e donò i feudi di Canicattini, Baruni e Racalveti.

Arma: d’azzurro, all’albero di cipresso d’argento, trattenuto da un cane rampante del secondo.

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Altissima.

Siamo per questa famiglia privi di documenti e quindi non siamo al caso di poter accettare le poche parole che ne dice il Palizzolo.

Arma: d’azzurro, sparso di stelle d’oro.

 

 

 

 

 

 

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Alù.

Di questa famiglia troviamo un Matteo, che a 20 dicembre 1400 ottenne concessione di tutti i beni già appartenuti a Filippo Galipo ribelle, siti nella terra e territorio di Naso, concessione confermata con privilegio dato a 17 aprile 1402. Detto Matteo, in quest’ultimo anno, l’incontriamo con la carica di acatapano di Nicosia.

Arma: di rosso, all’anitra d’argento.

 

 

 

 

 

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Alvarez de Toledo.

Nobilissima famiglia spagnuola, che ha goduto nobiltà anche in Sicilia. Un Giuseppe Federico Alvarez de Toledo e de Cordova duca di Ferandina, marchese di Villafranca, Grande di Spagna di 1ª classe sposò nel 1683 la nobile Caterina Moncada figlia ed erede di Ferdinando Moncada e Moncada principe di Paternò ecc. che ebbe mossa lite da Luigi Guglielmo Moncada e Branciforti di lei congiunto, lite che si protrasse sin dopo la morte di detta Caterina venendo emanata la sentenza a 7 dicembre 1751, per la quale la città e ducato di Bivona, la contea di Caltabellotta, quelle di Sclafani, di Collesano, d’Adernò con tutte le loro terre restarono in possesso della casa Alvarez e ne fu investito Federico Vincenzo Alvarez de Toledo e Moncada. Sposò questi Giovanna Perez de Gusman, per la quale passò in casa Alvarez anche il titolo di duca di Medinasidonia, e morì a 1 novembre 1753 in Madrid, dopo aver celebrato il suo testamento in notar Andrea de Vera Lopez di Madrid a 15 settembre 1752, transuntato in Palermo presso gli atti di notar Sebastiano Ragusa a 27 aprile 1754, lasciando un figlio a nome Antonio, che fu investito a 1 maggio 1754 del ducato di Bivona, delle contee di Adornò, Caltabellotta, Sclafani e Collesano e di molti altri feudi e fu padre di Giuseppe e di Francesco Borgia. Il primo fu investito di tutti i feudi e titolo della sua casa a 15 ottobre 1774 e, venendo a morte senza figli a 9 giugno 1796 in Siviglia, gli succedeva il fratello secondogenito Francesco Borgia che ne fu investito a 3 novembre dello stesso anno. Da lui ne vennero Pietro e Giuseppe. Il primo fu padre di Giuseppe che con decreto ministeriale del 20 maggio 1894 venne riconosciuto dal governo italiano nei titoli di duca di Ferrandina, duca di Montalto, conte di Adernò, conte di Caltabellotta, conte di Collesano, signore di Caltavuturo e delle due Petralie. Giuseppe, per cessione avutane dal fratello Pietro, fu duca di Bivona titolo che ebbe riconosciuto con R. Decreto 29 dicembre 1854 e che con decreto ministeriale del 30 maggio 1894 è stato dall’attuale governo riconosciuto al di lui figlio Giuseppe Alvarez de Toledo e Acuna. Il titolo di conte di Sclafani è stato riconosciuto in persona di Federico Alvarez de Toledo, di Ignazio, di Francesco.

Arma: scaccato di otto punti d’azzurro equipollenti a sette d’argento.

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Alviani.

Non risulta dai documenti dell’Archivio di Stato che il feudo di Milventri (sic per Melinventre) sia stato posseduto da questa famiglia come scrivono il Mugnos ed il Palizzolo. Il feudo di Melinventre fu concesso da Re Martino e dalla regina Maria con privilegio dato in Catania a 19 febbraio 1406 a Giovanni Schivano da Lentini, come marito di Desiata, figlia di Berardo Bonzuli.

Arma: d’azzurro, al leone d’argento con la testa rivoltata, guardante una stella d’argento situata nell’angolo sinistro del capo. Corona di barone (secondo i citati autori).

 

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Alzanello.

Il Palizzolo, appoggiandosi sul Mugnos, scrive che un Filippo Alzanello fu scalco del re Pietro II d’Aragona e poscia dice che un Tommaso Alviani ebbe i feudi di Calatisaldini, Racalmuni e Cefalà; confonde quindi gli Alviani con gli Alzanello. Tommaso Alzanello (o de Ulzinellis) con privilegio dato in Randazzo a 31 agosto 1397 ottenne concessione dei feudi di Calatasudemi, Pietra e Rachalmari, che poscia, avendo avuto concesso il feudo e castello di Cefalà, rinunziò alla R. Corte. Nel 1399 detto Tommaso, qualificato per cameriere e familiare regio, ottiene la concessione di tutti i beni feudali e burgensatici, mobili e stabili, appartenuti già ad Ubertino Imperatore ribelle. Morì nel 1401 senza figli.

Arma: d’azzurro, alla ruota d’oro.

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Amarelli.

Antica e nobile famiglia della città di Rossano in Calabria. Nell’anno 1835 un barone Giuseppe Amarelli, in considerazione che la sua famiglia era stata sin dal 1656 inscritta alla nobiltà messinese, veniva in essa una ai suoi eredi reintegrato. Fu egli padre di un Pasquale, che ebbe in moglie Maria Giuseppe Ramondini, la quale lo rese padre di Fortunato marito di Serafina Martucci e padre di Giuseppe.

Arma: d’azzurro, al leone d’argento, lampassato di rosso, impugnante con le zampe anteriori un mazzetto di fiori di rosso.

 

 

 

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Amari.

Nobilissima famiglia d’origine trapanese. Un Opicino de Amari possedette la tonnara nominata del Palazzo, che, per la sua morte senza figli, venne con privilegio del 2 gennaio 1368 concessa a Rinaldo Crispo. Un Filippo Amari con privilegio del 10 ottobre Vª indizione 1397 ebbe concesso il feudo di Gibilivasili. Un Antonio comprò da Margherita Branciforti contessa di Cammarata i feudi di Ficuzza, Casachio e Sullia, dei quali ne fu investito a 6 febbraro 1550 e trasmise al figlio Baldassare, che ne venne investito a 22 giugno 1556.

Il limite dell’opera c’impedisce di tessere la genealogia completa di ciascuna famiglia ma solo di accennar di volo ai membri più importanti di ciascuna e perciò siam costretti di venire a quel Michele Amari, che a 7 maggio 1722 fu investito, per compra fattane, del titolo di conte di S. Adriano. Fu egli maestro razionale di cappa corta del R. Patrimonio, per R. Cedola data a 9 marzo esecutoriata in Palermo a 3 aprile 1743, sposò in prime nozze a 1 luglio 1696 Margherita d’Aguanno ed in seconde Maria Roxas de Sandoval e morì a 30 luglio 1750, occupando la carica di Regio amministratore generale del ius prohibendi del tabacco nel regno di Sicilia e nelle isole adiacenti. Dal secondo matrimonio ebbe, tra gli altri figli, Emerico, nato in Palermo a 8 dicembre 1704, nominato con R. Biglietto del 3 ottobre esecutoriato 15 detto mese dell’anno 1750 maestro razionale di cappa e spada del R. Patrimonio e sposò a 30 settembre 1737 Dorotea Emmanuele e Gaetani, figlia di Benedetto, marchese di Villabianca. Fu investito Emerico del titolo di conte di S. Adriano a 28 marzo 1751 e morì a 30 settembre 1766 lasciando erede di detto titolo il figlio primogenito Michele il quale ne fu investito a 7 settembre 1767. Moriva Michele a 6 febbraio 1785 e gli succedeva il figlio primogenito Salvatore che s’investì del titolo di conte di S. Adriano a 21 marzo 1787, e sposò Rosalia Baiardi e Polito figlia di Giovanni, marchese di S. Carlo. Da costei ebbe, fra gli altri, Michele, che con decreto ministeriale del 21 dicembre 1872, venne riconosciuto nel titolo di conte di S. Adriano ed Emerico, gloria non solamente di Sicilia ma d’Italia tutta, vice presidente della camera dei Comuni di Sicilia nel 1848, mente superiore e vero esempio di peregrine virtù di cittadino e di patriotta. Oggi sono stati iscritti nell’elenco definitivo delle famiglie nobili e titolate della regione siciliana i signori Giuseppe Amari, di Michele, di Salvatore, (con la sorella Rosalia) col titolo di conte di d’Adriano; Emerico (di Gabriele, di Salvatore) con i figli Gabriele e Teresa e con i figli di Luigi suo fratello (già morto) Gabriele, Teresa, Maria, Luisa e Antonino con il titolo di nobile dei conti di Sant’Adriano.

Arma: d’argento, alla sirena al naturale, posta sopra un mare d’azzurro movente dalla punta, col capo dello stesso, caricato da una stella d’oro. Corona di conte.

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Amarighi.

Non abbiamo trovato documento alcuno su questa famiglia, della quale dicono poche parole il Mugnos ed il Palizzolo.

Arma: troncato, d’azzurro e d’oro nel 1° all’aquila spiegata e coronata d’oro e la fascia d’argento sulla partizione (secondo i citati autori).

 

 

 

 

 

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Amato.

Nobile famiglia d’origine spagnuola che il Palizzolo smembra, facendone due famiglie distinte, senza accorgersi che il Pagano di cui parla in una è lo stesso di quello di cui parla nell’altra, con la sola differenza che i nomi dei feudi da questi posseduti sono riportati più o meno storpiati. Primo ceppo pare essere stato un Pagano che dal Re Ludovico ottenne, con privilegio dell’11 agosto 1296, per i servigi prestati il feudo o casale di Callisi, consistente in tre tenimenti di terre nominate Villanova, Cullasi e Xilinda nel territorio di Caltabellotta. A lui succedette il figlio Giuseppe ed a questi il figlio Bernardo che l’ebbe confermato a 27 dicembre 1354. Bernardo fu padre di Amato de Amato che ebbe due figli: Giovanni morto senza figli e Bernardo padre di Mazziotta. Da questi il feudo di Callisi passò ad una Margherita de Amato che l’ebbe confermato a 20 gennaio 1453 e ad Orlando Amato che fu anche possessore della gabella di Pelo e Merca di Palermo come per investitura del 15 febbraro 1458. Un Giovanni de Amato fu il primo possessore, in sua famiglia, del feudo di Galati, che ebbe confermato a 3 luglio 1453, e che con privilegio dato a 9 giugno esecutoriato a 27 settembre 1644 in favore di Filippo Amato veniva innalzato in principato. Fu questi senatore di Palermo negli anni 1631-32, 1636-37, 1641-42 e capitano di giustizia della stessa città nell’anno 1643-44, comprò da Giovanni Alfonso Enriquez de Cabrera conte di Modica la terra di Caccamo che fu, con privilegio dato a 2 marzo 1647 esecutoriato a 30 aprile 1647, innalzata in ducato sotto il titolo di duca d’Asti e che, una al principato di Galati, trasmise ai figli Antonio cavaliere dell’ordine dell’Alcantara, il quale ne fu investito a 31 ottobre 1653. Venuto a morte Antonio gli succedeva il figlio Andrea che s’investì del principato di Galati e del ducato di Caccamo, già Asti, a 26 marzo 1692, sposò Alessandra Russo e Caprini, per la quale fu possessore del feudo di Pietratagliata o Fessima e di metà di S. Bartolomeo. Prima di morire Andrea celebrava il suo testamento presso notar Antonino Fazio di Palermo a 21 febbraio 1713 ed istituiva erede il figlio primogenito  Filippo  Antonio che fu investito  di Galati e di Caccamo a  29 febbraio 1716 ed alla sua morte, seguita a 21 agosto 1769, succedeva in detti feudi e titoli il figlio di lui Gioacchino Andrea Amato e Settimo che ne otteneva investitura a 25 agosto 1769. Succedeva a questi il figlio Giuseppe Amato e Corvino che fu senatore di Palermo negli anni 1792-93-94 e capitano giustiziere della stessa città nell’anno 1794-95 e non prese investitura dei titoli di Principe di Galati e duca di Caccamo. Questi titoli pare che siano passati in casa Spucches, vedendo, nel parlamento siciliano del 1848, sedere fra i pari, come principe di Galati, Antonio de Spucches. Fu pure la famiglia Amato posseditrice del titolo ducale di S. Stefano superiore, titolo concesso, con privilegio dato a 13 luglio esecutoriato a 31 agosto 1705, a Maria Agata Amato e Cirino che fu moglie di un Biagio Spucches per il che questo titolo passò nella famiglia di quest’ultimo. Il ramo passato in Sciacca, illustrato da molti gentiluomini che occuparono le prime cariche di detta città, pare sia ancora oggi fiorente. Godette pure questa famiglia nobiltà in Catania, nella Mastra Nobile della quale città veniva a 20 settembre 1744 aggregata nella persona di un dottor Antonino, eletto giudice della Gran Corte del Regno.

Arma: d’azzurro, alla banda d’oro, sostenente un leone leopardito, guar-dante una cometa, la banda addestrata al terzo cantone da una stella, il tutto dello stesso. Il ramo di Sciacca arma: d’azzurra a sei stelle d’oro di sei raggi 3. 2. 1.

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Ambo o Imbù.

Il Palizzolo, appoggiato al Mugnos, dice che un Michele Ambo fu maggiordomo di re Martino ecc., dai documenti rinvenuti risulta invece che non Ambo ma Imbù dette Michele chiamavasi e che non fu barone di Casale, di Castello e dei feudi di Sala di donnn’Alvira e Miserendino, ma barone del casale e feudo di Sala di Donna Alvira e del feudo di Miserendino per privilegio del 4 dicembre 1397, feudi che poscia vendette a Ferrerio de Ferrino.

Arma: d’oro al capriolo di verde:

 

 

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Amelina.

Nobile famiglia originaria di Genova che godette nobiltà in Messina nei secoli XIII e XIV. Un Bernardo Amelina milite di Messina è notato per il pagamento di un cavallo armato sotto re Ludovico nel 1343, un Aldoino de Amelina lo troviamo notaro della Regia Corte dei conti (curiae officii rationum) nel 1374 e da Re Federico III il Semplice ebbe concesse once sei d’oro annuali sopra i proventi della gabella della zecca.

Arma: d’oro, a tre mosche di nero, situate 2. 1.

 

 

 

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