Dott. A. Mango di Casalgerardo

NOBILIARIO DI SICILIA

da Cerviglio a Chinico

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Cerviglio, Cervellon o Cervello (vedi).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Cesareo.

Nobilissima famiglia  che si vuole tragga origine da Verona.

Vanta un Nicolò conte di Montalbano, barone di Tripi e di Naso e stratigò di Messina 1278; altro Nicolò milite, conte di Montalbano, governatore di Messina 1356 e tesoriere del regno di Sicilia 1357; un Federico pretore di Palermo 1371-72, 1386-87, 1389-90 e 1391-92.  Un  Cristofaro,  da  Lipari,  con  privilegio  dato a  5 giugno  1682, ottenne il titolo di barone di Santa Marina.

Nell’anno 1720 i signori Niccolò, Ignazio, abate Girolamo Cesareo padre e figli, nonché Giuseppe-Niccolò e Giovan Tommaso Cesareo ottennero dal senato di Messina reintegrazione alla nobiltà messinese, come discendenti da detto Niccolò conte di Montalbano, ed altro privilegio di nobiltà messinese ottennero a 28 marzo 1751 Antonino Cesareo e consorti.

Oggi sono stati iscritti nell’elenco definitivo delle famiglie nobili e titolate della regione siciliana, con il titolo di nobile, i fratelli Giuseppe, Bernardo e Cesare Cesareo e Toraldo di Niccolò; Niccolò e Bernardo Cesareo e Barone di Giuseppe predetto e Giuseppe Cesareo e Coniglio di Cesare.

Arma: d’azzurro, a due bande d’oro.

Lo scudo accollato dall’aquila spiegata d’oro.

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Cesino.

Un Giuseppe, dottore in leggi, fu procuratore fiscale del Tribunale della Visitazione, sollecitatore e procuratore fiscale del tribunale del Real Patrimonio 1663, procuratore fiscale della Gran Corte 1681 e del Tribunale del Real Patrimonio 1683.

Arma: ?

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Chacon o Giaccon.

Una delle più antiche famiglie di Navarra, che vanta maggiordomi maggiori dei Re, vicerè, generali, tenenti generali ed ha posseduto un gran numero di feudi e titoli, fu portata in Sicilia dai fratelli Bernardo e Giuseppe nel principio del secolo XVII. Il primo fu cavaliere di S. Giacomo, generale d’artiglieria del regno di Sicilia 1658, deputato dello stesso regno 1651, e vicario generale per tutto il Regno; Giuseppe fu veditore generale del Regno e maestro notaro del senato di Palermo 1644, senatore di Palermo negli anni 1639-40, 1642-43, 1644-45, governatore di Trapani. Un Tommaso fu commissa-rio generale della Cavalleria del Regno di Napoli 1676; un Antonino senatore di Palermo 1673-74; un Martino tenne la stessa carica nel 1694-95; un Giuseppe nel 1744-45 e 1751-52; un Tommaso Chacon-Narvaez-Salinas e Ortiz nel 1746-47, 1748-49 e 1781-82. Fu questi promotore, esecutore e deputato della illuminazione pubblica nella città di Palermo, con privilegio dato nel settembre 1756 esecutoriato a 21 maggio 1765 fu decorato del titolo di marchese di Salinas ed a 8 marzo 1778 di quello di duca di Sorrentino; titoli dei quali, insieme con quello di barone di Friddi o Friddicelli, a 10 maggio 1802 vediamo investito Antonino Chacon Castelli e che oggi vennero riconosciuti in persona della nobil donna Carolina Patti Chacon (di Francesco, di Camillo) moglie di Filippo Landolina principe di Torrebruna.

Arma: inquartato: nel 1° e 4° d’argento, al lupo passante di nero; nel 2° e 3° d’azzurro, al fiordaliso d’oro.

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Chianello-Di Maria-Zappino.

Nell’elenco ufficiale definitivo delle famiglie nobili e titolate della regione siciliana troviamo inscritto, con il titolo di barone di Carcaci, Stefano Chianello-Di Maria-Zappino e San Martino Ramondetta, tenente di complemento nei Cavalleggeri Monferrato (13°), dottore nelle scienze fisico-matematiche, marito di Giuseppina Pintacuda.

Arma: di rosso, all’albero sradicato d’oro, accostato da un leone e sormontato da una stella, il tutto dello stesso.

 

 

 

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Chiaramonte  o  Chiaromonte.  –  La   si   vuole   d’origine  normanna e, come comunemente si crede, pare che sia venuta in Sicilia con i Normanni. Il Pirri ci dice che un Ugo assistette all’incoronazione di re Ruggero; un Nicolò fu creato, da Papa Onorio III, vescovo di Tusculo e cardinale di S. R. C.; un Giacomo, al dir dello stesso Pirri, fu governatore di Nicosia ed ebbe il privilegio di coniare e spender moneta di rame con l’impronta della sua effige e con lo stemma della sua famiglia, la quale moneta fu detta Giacobina.

Pare che da un Federico, fratello di Anatasio patriarca di Alessandria nel 1219, e da Marchisia Praefolia nascessero Manfredi, primo conte di Modica; Giovanni, conte di Chiaramonte e Federico II, signore di Racalmuto e Siculiana. Manfredi sposava Isabella Mosca, figlia di Federico conte di Modica, quale contea per la ribellione del Mosca veniva da re Federico II d’Aragona al Chiaramonte concessa. Fu Manfredi siniscalco del regno, signore di Caccamo, ecc. ambasciatore del senato di Palermo presso il pontefice Bonifazio VIII e ambasciatore del re all’imperatore Enrico VII di Lussemburgo. Manfredi II Chiaramonte (figlio di Giovanni conte di Chiaramonte, gran siniscalco del regno e capitano giustiziere di Palermo nel 1321-22) fu capitano giustiziere di Palermo nel 1340-41, 1348-49, gran siniscalco del regno e vero signore ed arbitro di Palermo; Federico, suo fratello, fu pretore di Palermo nel 1355-56 e maestro giustiziere di Sicilia 1357; Enrico, altro fratello, fu maestro razionale del regno.

Altro Manfredi Chiaramonte (che si vuole bastardo di Giovanni iuniore, figlio di Manfredi I), dopo essere stato governatore di Siracusa, fu ammiraglio di Sicilia, viceregente di Sicilia e del ducato di Calabria, sotto gli Angioini, e riunì in suo potere l’ingente patrimonio della casa: fu conte di Chiaramonte, di Modica e di Caccamo, signore di Naro, Delia, Sutera, Mussomeli, Manfreda, Bivona, Gibellina, Favara, Muxaro, Guastanella, Misilmeri, ecc. ecc. riconquistò, con le armi, l’isola delle Gerbe, della quale otteneva da Urbano VI l’investitura, dava la propria figlia Costanza in moglie a Ladislao re di Napoli, e moriva lasciando al figlio Andrea il grave peso della sterminata potenza e dell’ufficio di uno dei quattri vicari del regno. A Castronovo, il 10 luglio 1391, Andrea Chiaramonte e gli altri vicari, insieme con i principali magnati, giuravano di opporsi alla minacciata occupazione straniera non all’avvenimento al trono di Sicilia di Maria, figlia del re Federico il semplice; ma molti dei convenuti disdicevano l’indomani degli accordi la fede giurata ed Andrea Chiaramonte “sdegnoso, disdetta la sua partecipazione ai patti, apparecchiavasi, solitario Capaneo, alla resistenza”. Ma a lui il resister solo contro il grande sforzo d’armati che tenevano per i Martini e contro la grande “ostentazione di vigliaccheria coalizzata” valse la tremenda vendetta del bieco Martino il vecchio, che, contro la santità del giuramento e la garanzia dei salvacondotti, lo faceva arrestare mentre era ospite suo. E sottoposto ad una larva di processo veniva il primo giugno 1392 pubblicata la sentenza contro di lui dal gran giustiziere Bernardo Cabrera, sentenza di morte, come era da prevedersi, e che si vuole sia stata eseguita dinanzi allo Steri, testimonio della grandezza dell’infelice Amdrea. Con la morte di Andrea non si estinse però la famiglia Chiaramonte,  né  Martino ebbe completamente pace, chè un Enrico, il quale portò pure i titoli di conte di Modica e di Chiaramonte, signore di Ragusa e di Naro, ammiraglio del regno di Sicilia, gli diede ancora filo da torcere.

Nel 1402 troviamo un Pietro Chiaramonte, milite, castellano di Catania, che ottenne tutti i diritti competenti alla regia Corte sopra i feudi di Callari e Buraxi. Troviamo infine la famiglia Chiaramonte in Caltagirone. Un Giorlando tenne la carica di capitano di giustizia in detta città nel 1575-76 e, con privilegio dato a 20 maggio esecutoriato a 2 agosto 1576, ottenne la concessione del titolo di nobile col don; un Antonio, dottore in leggi, fu giudice pretoriano di Palermo nel 1592-93, e, con privilegio dato a 26 giugno esecutoriato a 30 agosto 1622, venne nominato giudice del tribunale del Concistoro; un Carlo fu capitano di giustizia della città di Caltagirone negli anni 1679-80-81 e proconservatore in detta città 1680, 1694.

Arma: troncato: nel 1° di rosso, al monte a cinque vette d’argento; nel 2° d’argento.

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Chiaramonte Bordonaro.

Non ha, secondo noi, alcuna relazione con la famiglia precedente. Un Alessandro Chiaramonte Bordonaro acquistò il feudo di Gebbiarossa, del quale ne fu investito a 10 luglio 1803 e con decreto ministeriale del 12 settembre 1899 venne riconosciuto il titolo di barone di Gebbiarossa in persona di Giuseppe Chiaramonte, nato a Girgenti il 10 giugno 1868.

Arma: d’azzurro, inquartato da un filetto di nero; al 1° a tre stelle d’argento, ordinate in banda; al 2° a tre monti verdeggianti al naturale, ordinati in banda, uno attraversante sull’altro; al 3° al leone d’argento, rivoltato, linguato di rosso, coronato d’oro; al 4° all’elmo d’argento.

 

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Chiarandà.

Nobile ed antica famiglia di Caltagirone.

Un Antonino fu capitano di giustizia di detta città nel 1559-60; un Pietro-Paolo nel 1593-94; un Vincenzo fu patrizio nel 1603-4; un Ippolito nel 1604-5; un Giuseppe capitano nel 1698-99-700; un Michele patrizio nel 1695-96; un Giuseppe, nel nome maritale di Antonina Calascibetta, a 8 giugno 1725 è investito del feudo di Friddani e Friddiddo, e fu patrizio di Caltagirone nel 1739-40, 1745-46-47; un Giacomo fu giurato di detta città nel 1746-47; un Vincenzo Chiarandà e Varisano fu investito a 11 aprile 1776 del marcato di Magasenazzo; un Giuseppe Chiarandà e Grimaldi, investito di Friddani a 12 giugno 1794, fu patrizio di Caltagirone nel 1797-98; un Gaspare fu senatore di detta città nel 1799-800; infine un Michele Chiarandà e Paternò, all’abolizione della feudalità, possedeva Friddani o Friddiddo con titolo di barone, come per investitura del 10 novembre 1810.

Arma: d’azzurro, alla fascia d’oro, sormontata da un uccello fermo d’argento.

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Chiarello.

Nobile famiglia messinese che possedette i censi del regio demanio di Messina e della quale nella Mastra Nobile di detta città del 1798-1807 vediamo annotato un Carlo di Domenico, che poi vediamo con la carica di sindaco dal 1832 al 1836.

Arma: d’azzurro, col mare al naturale, movente dalla punta, sormontato nel capo dal sole d’oro, figurato di rosso.

 

 

 

 

 

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Chiarenza o Clarenza (vedi).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Chiavarelli o Chiavarello.

Un Giuseppe fu razionale del tribunale del Real Patrimonio 1658; un Giacomo, dottore in leggi, con la real cedola data in Madrid a 11 febbraio esecutoriata a 9 aprile 1676 ottenne la carica di segretario referendario del regno di Sicilia; un Giuseppe fu segretario referendario del regno 1720, giudice del concistoro 1729 e della Gran Corte 1736.

Arma: d’azzurro, al leone coronato d’oro, impugnante con le zampe anteriori una chiave dello stesso.

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Chiavi (le o li).

Un Baldassare Le Chiavi, dottore in leggi, a 8 gennaio 1602 lo troviamo proconservatore in Girgenti; un Benedetto a 15 giugno 1788 ottiene investitura del titolo di barone del Leone, con il quale titolo è stato oggi iscritto nell’elenco definitivo delle famiglie nobili e titolate della regione siciliana il signor Benedetto li Chiavi (di Francesco-Paolo, di Salvatore).

Arma: ?

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Chicari o Cicari.

Un Vassallo Chicari possedette le baronie di Lando e S. Basilio, che donò a Bergo de Cirino nel 1394. Un Nicoloso fu giudice di Messina 1291 e 1311; un Nardo fu credenziere di Girgenti e capitano di Corleone 1450.

Arma: ?

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Chinigò o Cinigo.

Antica e nobile famiglia di Messina, nella quale città ha vestito la toga senatoria in persona di molti suoi membri.

Un Giovanni (Cinigo), da Messina, con privilegio dato in Bruxelles a 18 dicembre 1554 esecutoriato in Messina a 17 maggio 1556, ottenne concessione del titolo di regio cavaliere. Nella nastra nobile del Mollica (anno 1590) vediamo annotato un Pantaleone; (anno 1594) un Francesco e (anno 1605) un Giuseppe. Nella mastra nobile di Messina del 1798-1807 troviano annotato un cavaliere  dottor don Francesco ed un Giacomo Maria, figli di Orazio Pasquale. Il cavaliere dottor Francesco Chinigò, ricevuto all’ordine di Malta nel 1794, fu giureconsulto di grido, occupò le cariche di giudice della Gran Corte Civile 1787, di quella Criminale 1788, avvocato fiscale del tribunale del Real Patrimonio 1791, avvocato fiscale della Gran Corte 1796, maestro razionale del tribunale del Real Patrimonio, consigliere della suprema giunta di Sicilia in Napoli, presidente della Real Camera della Summaria 1798.

Arma: d’azzurro, al levriere d’argento, fermo e guardante una stella d’oro, posta al primo cantone.

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