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i Beni inamovibili della Regione Siciliana
Decreto assessoriale 1771 del 27 giugno 2013: Divieto di uscita dal territorio della Regione Siciliana dei Beni che costituiscono il fondo principale di Musei, Gallerie, Biblioteche e Collezioni in attuazione delle Delibere della Giunta Regionale n. 94 del 4/5 marzo 2013 e n. 155 del 22 aprile 2013; in particolare è vietata l’uscita, anche se temporanea, dei beni descritti in questa pagina.
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Efebo di Mozia

450-440 a.C.

Marmo, h m 1,81
Provenienza: Mozia, zona K, scavi 1979
Mozia (TP), Museo “G. Whitaker”

>scheda

La statua, in marmo greco-orientale, raffigura un Efebo, un giovane dal corpo atletico.
La scultura è priva delle braccia e dei piedi e la presenza di perni bronzei sul capo fa ritenere che dovesse avere un copricapo. La testa, leggermente inclinata, ha il viso incorniciato da un acconciatura di riccioli a chiocciola. La figura è stante con la gamba sinistra portante e la destra avanzata e flessa. Il braccio mancante doveva essere proteso verso l’alto, il sinistro anch’esso in parte mutilo, piegato con la mano poggiata sul fianco. Il lungo chitone con sottilissime pieghe, stretto da un alta cintura all’altezza dei pettorali, è aderente al corpo e mette in risalto le forme anatomiche e la muscolatura. Al centro della cintura sono presenti gli attacchi per un elemento metallico relativi ad un accessorio.
La fisionomia del volto e la capigliatura sono tipiche dello Stile Severo e trovano confronti con le sculture del Tempio E di Selinunte (C. Marconi ) e con l'ambiente artistico della Magna Grecia con particolare riferimento all'officina di Pitagora di Reggio.
La ponderazione della statua ed il lungo chitone plissettato, che avvolge il corpo con uno straordinario effetto di trasparenza, riconducono la statua ad un ambiente artistico influenzato dall'arte di Fidia. Sulla base di tali considerazioni stilistiche la datazione dell'opera oscilla all’interno del V secolo a.C.: secondo quarto del V secolo a.C. (datazione condivisa da molti studiosi); seconda metà del V sec. a.C. (sostenuta da P. E. Arias, A. Di Vita, B. Sismondo Ridgway etc.); fine del V sec.a.C. Alcuni studiosi l'hanno datata perfino in età ellenistica (P. Zancani Montuoro, B. Holzmann).
Problematica è la sua identificazione, oggetto di numerosi saggi della letteratura archeologica. Plausibilmente rappresenta un auriga, cioè un atleta vincitore nella corsa con il carro , o comunque un atleta vittorioso, secondo quanto ritiene la maggior parte degli studiosi (P.E.Arias, E. La Rocca, G. Rizza, V. Tusa). Altre ipotesi comunque sono state avanzate; la particolare veste secondo alcuni ricondurrebbe ad un sufeta, magistrato punico; per altri sarebbe invece il dio punico Melqart, corrispondente all'Eracle dei Greci.
Incerto è il luogo di produzione. Sembra plausibile che artistici greci abbiano realizzato il capolavoro in una città greca della Sicilia (Selinunte o Agrigento). Difficile stabilire inoltre se l'opera sia stata realizzata su committenza di un ricco cittadino di Mozia, o sia stata portata nell'isola come bottino di guerra in seguito alla distruzione, ad opera dei Cartaginesi, di una delle colonie greche di Sicilia.
La scultura fu rinvenuta nel settore nord-occidentale dell’isola di Mozia, nella area “K” in una zona dove veniva lavorata la ceramica. Giaceva ricoperta da detriti per cui si ritiene che essa fosse stata abbattuta durante l’assedio dell’isola ad opera dei Siracusani nel 397 a.C.

Testi a cura di Alessandra Merra (beni archeologici) e Valeria Sola (beni storico-artistici)
Servizio Museografico U.O. XXXI