| Zona
Archeologica di Selinunte
Castelvetrano, via Selinunte (Marinella)
tel: 092446277
Struttura
amministrativa
Carte archeologiche con percorsi di
visita, in formato A3 (mm 420x297) .pdf
(1000k)

Sita presso la foce del fiume dove cresce
ancora il prezzemolo selvatico (selinon) che diede il nome
al corso d'acqua ed alla città, si avvalse della sua
felice posizione per esercitare i suoi fruttuosi commerci
soprattutto con i Punici che vivevano nella parte più
occidentale della Sicilia.
Fu fondata dai Megaresi di Sicilia nella seconda metà
del VII secolo a.C. in prossimità di due porti-canali,
oggi insabbiati, estremamente versatili per l'impianto di
intensi commerci marittimi. Fu grazie a questa sapiente esaltazione
del ruolo geografico di Selinunte che i loro abitanti, nell'arco
di poco più di due secoli, raggiunsero una floridezza
economica che ha pochi confronti nel mondo greco e siceliota
/ magno-greco. Costruirono ed ampliarono una città
di dimensioni grandiose, dotandola di numerosi edifici di
culto e di opere pubbliche di primissima qualità.
Purtroppo Selinunte, forse suo malgrado,
fu coinvolta nel clima di ostilità che si vennero a
creare fra Greci e Punici sul finire del V secolo a.C.. Così
dal 409 a.C. in poi perse il suo splendore urbano divenendo
un importante centro commerciale punico. Senza più
guardare alle finezze della sua struttura urbanistica i Punici
piazzarono semplici abitazioni un po' ovunque, anche fra i
ruderi dei templi, sovvertendo l'originaria articolazione
funzionale delle aree. L'impianto urbanistico greco si colloca
ai livelli più alti della storia dell'urbanistica moderna.
L'incredibile numero e qualità dei templi è,
effettivamente, una peculiarità selinuntina.
Sull'acropoli i Greci eressero ben quattro
templi paralleli e vicini nell'area meridionale destinata
al culto ed alle attività pubbliche, oltre ad altri
sacelli minori più antichi o successivi. Il tempio
O, il più meridionale, doveva avere sei colonne sulla
fronte e quattordici sui lati lunghi.
Ad esso si affiancava il tempio A, quasi
simile. Le lettere che li designano dimostrano la difficoltà
della loro identificazione sotto il profilo della destinazione
culturale. Tuttavia potrebbe trattarsi di Poseidone e dei
Dioscuri, basandoci sulla famosa "Grande Tavola selinuntina",
vero e proprio catalogo dei culti cittadini, rinvenuta nel
tempio G, sulla collina orientale.
L'area sacra meridionale dell'acropoli
di aveva, nella sua parte più elevata, due templi di
maggiori dimensioni: il C ed il D. Il tempio C, uno dei primi
ad essere stato costruito e parzialmente ricostruito circa
mezzo secolo fa.
E' uno dei più antichi esempi di
architettura templare dorica esistente, essendo datato alla
prima metà del VI secolo a.C.. Presenta sei colonne
sui lati corti e diciassette su quelli lunghi.
La sua pianta risulta notevolmente allungata,
così come le colonne, in parte monolitiche ed i triglifi
(gli elementi che separavano gli spazi metopali sull'architrave).
Tali spazi, sui lati corti, erano decorati da metope in parte
recuperate e conservate al Museo Archeologico Regionale A.Salinas
di Palermo.
Il tetto era decorato da ricche e variopinte
decorazioni a bassorilievo di terracotta raffiguranti elementi
floreali, mentre il timpano anteriore (lo spazio triangolare
al di sopra dell'architrave) presentava la gigantesca testa
di Gorgone (mostro mitologico dall'aspetto grottescamente
terrifico) che rivela l'abilità dei coroplasti selinuntini.
Sulla collina orientale i cumuli di rovine assumono dimensioni
grandiose. I tre templi ivi costruiti crollarono sotto i colpi
dei terremoti.
Di essi uno è stato ricostruito,
il tempio E, dedicato ad Hera o ad Afrodite. La sua conformazione
attuale rispecchia il suo stato finale, assunto intorno alla
metà del V secolo a.C.. Scavi recenti hanno dimostrato
che, quasi sovrapponendosi, altri due templi simili vennero
costruiti precedentemente sin dalle prime fasi di vita della
colonia.Il tempio E possedeva alcune metope figurate che ornavano
la sua parte frontale. Furono realizzate con calcarenite locale,
ma per le parti nude femminili si usò del marmo.
Raffigurano Eracle con l'amazzone, il matrimonio
sacro di Zeus, Artemide e Atteone, Atena ed Encèlado.
Ma i ruderi più impressionanti sono, senza dubbio,
quelli del colossale tempio G, il più grande dei santuari
selinuntini e tra i più grandi di tutto il mondo greco.
Era lungo 113,34 metri per 54,05. Le colonne erano alte 16,27
metri ed il solo capitello era 16 metri quadri nella sua parte
superiore. L'altezza totale era di 30 metri circa. Si pensa
che la sua costruzione fu iniziata intorno al 530 a.C., ma
non potè essere mai completato poichè la distruzione
della città sopraggiunse in anticipo.
Non si è ancora certi circa la divinità
alla quale era consacrato. Ma non si sbaglia se si individua
o in Apollo o in Zeus, grazie alla lettura della già
ricordata "Grande Tavola selinuntina". Sulla base
del medesimo documento sembra probabile che il tempio fosse
stato adibito anche a sede del "tesoro pubblico",
ossia a luogo di deposito sicuro dei valori della città.
Il fatto che negli stessi anni i Selinuntini eressero il proprio
' thesauròs' (la propria rappresentanza diplomatica,
diremmo noi oggi) ad Olimpia offrendo in dono un 'sélinon'
aureo (ossia la raffigurazione del simbolo vegetale cittadino),
farebbe propendere per una attribuzione a Zeus del colossale
tempio che ha confronti soltanto con gli Olympeia di Siracusa
ed Agrigento e con alcuni templi delle colonie greche in Asia
Minore.
L'area fu densamente ripopolata durante
l'occupazione punica della città con numerose casette
che utilizzarono i ruderi esistenti come materiale di costruzione.
Tra le abitazioni, quartiere per quartiere, i Punici piazzarono
delle piccole aree sacre senza un criterio urbanistico preciso.
Del resto esse erano costituite da semplici vani quadrangolari
dove, su improvvisati altarini d'argilla, venivano sacrificati
animali vari. Le ceneri del sacrificio venivano, infine, deposte
entro vasi ed anfore di varia forma in un angolo dello stesso
vano. Si trattava, in breve, di piccoli tofet rionali che
nulla avevano di monumentale.
A proposito dei monumenti sacri post-greci
si farebbe torto ai Punici se si volesse negare loro ogni
intento architettonico. Invero realizzarono un tempietto a
quattro colonne frontali con colonne ioniche e trabeazione
dorica proprio presso l'angolo del tempio C. Si tratta del
tempietto B, tipico esempio di mescolanza di ordini diversi
in voga fra i Punici che, privi di ferree regole architettoniche,
potevano sbizzarrirsi in ecclettismi di vario tipo. Anche
la funzione cultuale doveva realizzarsi nella devozione all'ecclettica
figura di Asclepio (Eshmun per i Punici). E' probabile che
in quest'esempio di commistione architettonica e culturale
si manifesti la presenza di Greci rimasti nella città
anche dopo la conquista punica.
Sia l'acropoli che l'area residenziale
di Manuzza erano circondate da un poderoso sistema di mura
difensive quasi totalmente distrutto. Le mura oggi visibili
che circondano la sola acropoli furono erette poco prima della
definitiva caduta della città in mano punica. Anche
i Punici, infine, apportarono delle modifiche per rendere
ben difesa la loro roccaforte fino alla conquista romana di
questa parte dell'isola.
Verso Oriente un poderoso muro a gradoni
colpisce subito il visitatore per la sua regolarità
geometrica. Si tratta di un tratto della cinta muraria che,
oltre ad avere la funzione di continuare la cortina difensiva
dell'acropoli, era stato creato per contenere un enorme terrapieno
previsto per l'allargamento della superiore terrazza sacra.
La costruzione dei templi aveva, nella
seconda metà del VI secolo a.C., creato dei problemi
riducendo enormemente l'area sacra dell'acropoli. In realtà
siffatti monumenti non riuscivano ad avere quel respiro visivo
che soltanto un'ampia spianata ad essi antistante poteva dare.
Fu così che, con fantasia e ingegno, si risolsero due
problemi con una sola opera muraria: dare respiro monumentale
ai templi e dotare la città di salde difese.
La posizione dell'acropoli era estremamente
privilegiata per il suo protendersi verso il mare fra le due
insenature di Oriente ed Occidente. La sua elevazione sul
mare era notevolmente equilibrata poichè permetteva
un facile controllo dei due porti, ma, al contempo, era ad
essi legata da brevi e facili accessi. Non si conosce ancora
bene il rapporto esatto fra impianti portuali e area residenziale
e pubblica dell'acropoli, ma è facile intuirne gli
stretti nessi viari e funzionali. Le aree immediatamente prospicienti
i porti dovevano essere caratterizzate da una fitta rete di
botteghe e magazzini i cui resti affiorano qua e la fra i
vigneti e fra le dune di sabbia. Finora soltanto l'inizio
di alcune strade e scalinate che scendevano verso i porti
è stato chiaramente identificato.
Gli artigiani selinuntini furono altrettanto
bravi nella realizzazione di opere in bronzo Ma la scultura
selinuntina non si limita a opere destinate solamente ai grandi
templi, ma era presente anche in monumenti minori, come, probabilmente,
il cosiddetto santuario delle piccole metope sull'acropoli.
A questo edificio sono da attribuire, probabilmente, due piccole
metope, utilizzate successivamente come materiale da costruzione,
e recentemente rinvenute durante lavori di restauro delle
mura.Anche la produzione ceramica e coroplastica ebbe, a Selinunte,
un vigoroso impulso.
Grazie all'importazione continua di prototipi
greci, i vasai ed i coroplasti selinuntini avevano la possibilità
di elaborare il loro artigianato in perfetta assonanza con
quello della madrepatria.Particolarmente suggestivo ed impressionante
è il gruppo di statuette rinvenute presso il santuario
della Malophoros, all'estremità occidentale dell'area
urbana di Selinunte. Si tratta di migliaia e migliaia di raffigurazioni
divine (Demetra principalmente) caratterizzate dagli attributi
più diversi (con animali, con collane, con bambini,
con frutta etc.) che venivano offerte alla divinità
in funzione delle più svariate richieste.
Oltre ai templi con peristasi, ossia con
colonnato, Selinunte offre, nella sua appendice occidentale,
al di là del fiume Modione, una lunga teoria di santuari
privi di peristasi ma non per questo meno suggestivi. E' l'area
del cosiddetto santuario della Malophoros dove numerosi sacelli
dovevano affiancarsi ed aprirsi sulle sponde del fiume allora
navigabile. Tali santuari dovevano assolvere alle funzioni
del culto di massa; ma la loro collocazione periferica, nonchè
particolari cultuali, inducono a pensare che si trattasse
di culti che avevano valore anche per gli indigeni e per i
non greci. Si tratta, quindi, di una sorta di cerniera di
collegamento fra Greci non Greci, funzionale al pacifico espletarsi
delle varie attività della colonia.

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